L’ossessione per la scrittura arrivò a 16 anni, con la scoperta di Jack Kerouac. In quel periodo ero un pessimo studente iscritto al secondo anno dell’Istituto magistrale, con la mente piena di strambi propositi, tipo starmene da solo tutto il tempo e cercare un modo per far sanguinare la società. Invece di studiare latino e didattica passavo interi pomeriggi a imitare quella che Fernanda Pivano definiva “prosa spontanea sul modello del jazz” e a cercare la potenza letteraria della mia anima. Pensavo che scrivere e predicare la bontà universale fosse le mia missione sulla terra. Nonostante gli sforzi, però, non riuscii mai a combinare granché. Alla fine, con estrema fatica, buttai giù un romanzo breve che scrissi su un rotolo di carta per telefax, alla moda beat. Raccontava le vicende di un extraterrestre un po’ strambo che se ne andava in giro sulla Terra travestito da turco con il fiero proposito di sterminare la specie umana. Facciamola breve, era una cosa orribile.
Poi la mia vita improvvisamente cambiò.
Dalla scrittura a Senzapatria