Naturalmente se uno ha messo le radici all’estero vede tutte le cose positive del paese dov’è, e si nasconde quelle negative: è un normale riflesso di sopravvivenza. Certo che qui tutto è a un altro livello, si dice. Finisce insomma per amare un paese che si caratterizza per essere esente dai micidiali difetti del suo, e per riunire tutte le qualità che al suo mancano. Un paese che non esiste sulla carta geografica, ma nel quale si sente relativamente a suo agio. E beninteso se qualcuno gli domanda della sua terra natale ne dice peste e corna. Appena però sbarca in patria si accorge che le persone sono più affabili, l’insalata è più saporita, le città infinitamente più poetiche, l’aria più dolce. Resta attonito. Forse dopotutto si sta meglio qui, si dice, massaggiandosi la gola. Il problema è che non può però evitare di vedere i suoi connazionali con gli occhi del posto dove vive, di trovarli cioè un po’ ridicoli. E per molti versi trova grottesco perfino se stesso. Si accorge insomma che a furia di stare all’estero non sa più tanto bene cosa pensare.
Autismi 17 - La mia patria fuggitiva